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mercoledì 18 marzo 2009

Note folkloristiche - parte terza

Carissimi,

con questo post torno ad indossare le vesti dell'esploratore delle micro-culture della vita d'Oltremanica. Negli ultimi tempi, ho raccolto tanto di quel materiale da poter riempire interi server (la metafora è ardita, ma l'era cibernetica impone la ricerca di nuovi modi di dire).

Partiamo subito!

Lingua e cultura.

Com'è noto, cultura e linguaggio intrattengono una strettissima relazione, riflettendosi l'una nell'altro e condizionandosi a vicenda. Vi sono concetti inesprimibili in un'altra lingua e sfumature inafferrabili, come ben sa chi si cimenta sul serio con l'impresa della traduzione.
Si può imparare tanto prestando un po' di attenzione alle espressioni tipiche della lingua di un popolo, e io sono particolarmente rapito da alcune di quelle inglesi.

Prima una parentesi. Ho letto di recente che, nell'immediato secondo dopoguerra, alcuni linguisti pubblicarono uno studio nel quale individuavano il cosiddetto Basic English, una versione liofilizzata dell'anglico idioma composta di soli 850 vocaboli. Ricorrendo a questi soltanto, si argomentava, è possibile comunicare qualunque informazione.
Questo, a fronte dell'evidenza che l'OED - l'Oxford English Dictionary, ora consultabile gratuitamente anche online - annoverasse al tempo circa 600.000 voci correnti.

Ma torniamo ad alcune espressioni inglesi che mi appassionano alquanto.

Capita molto spesso di sentire un modo di dire che mi fa davvero sorridere. Gli inglesi, infatti, non amano sottolineare la loro disorientata estraneità a qualcosa ricorrendo semplicemente a espressioni come "I don't like it" o "I'd rather not", ma preferiscono ricorrere a un più icastico It's not my cup of tea!

E cosa dire, allora, di quando al posto di asserire semplicemente "that's unfair!" (espressione comunque che va per la maggiore) esclamano un That's just not cricket!

Per non tacere di quando, consegnate al grezzo proprietario di un pub le monete contate per pagarsi da bere, ci si sente rispondere con un inaspettato Lovely!

L'altra sera mi sono sbellicato dal ridere quando un amico mi ha detto che presto avrebbe inaugurato casa e mi avrebbe invitato. Quando ho realizzato l'housewarming di cui parlava non aveva niente a che fare con l'impianto di riscaldamento tutto è tornato più chiaro - anche se non posso non interrogarmi sul motivo per cui questo popolo chiami così il primo invito nella nuova casa...perché eccezionalmente la si riscalda? perché il calore umano degli amici dà una mano? mistero...

Fuori da ogni mi compresione, infine, è il fatto che uno non si dica semplicemente "sad", ma - specialmente se la propria squadra di calcio ha perso - si definisca as sick as a parrot.


Piccole e grandi regole


Gli inglesi osservano scrupolosamente un gran numero di regole e divieti, tutti come noto preceduti da un cordiale Please. Al di là dei divieti più bizzarri, trovo molto indicativa della mentalità inglese la serie di divieti che inizia con le parole It's against the law...
La mia personale interpretazione è la seguente: il popolo inglese si ritiene da tradizione un campione delle libertà individuali; perciò, scrivere che qualcosa è illegale dovrebbe richiamare con efficacia all'attenzione del cittadino la forza del divieto.
Gioele Dix qualche settimana fa ci ha fatto solo immaginare quali effetti nefasti potrebbe causare l'affissione in Italia di un cartello che inizia in quel modo...

A ben vedere, però, pur considerandosi i paladini delle libertà individuali, nella realtà dei fatti gli Inglesi sono ora un popolo controllato oltre ogni misura e in preda a una security crisis.
Non c'è strada, non c'è locale, non c'è mezzo pubblico che non sia osservato dai CCTV (telecamere a circuito chiuso, anche su tutti i bus!) e che non sia tappezzato di divieti.

Ieri si disputato il match Italia vs. Francia di rugby. Con qualche amico ero al pub a vedere la partita e i proprietari hanno chiamato la polizia perché c'era un immigrato brillo che chiedeva l'accendino agli avventori, senza arrecare a dire il vero alcun problema.
Nel giro di pochi minuti si sono presentati quattro poliziotti (tra i quali un'inattesa poliziotta velata - l'immigrato era di origine musulmana) e, dopo qualche accertamento, fra lo stupore (nostro) e la più assoluta tranquillità (degli autoctoni), è stato portato fuori dal locale in manette... E così ho assistito al mio primo arresto in diretta.

Lasciando da parte gli inquietanti e ossessivi divieti (e i fermi immotivati), vi sono altre infinite piccole regole e consuetudini locali che offrono esempi più simpatici del carattere e del costume britannici.

Al supermercato, ad esempio, nessuno si permette di appoggiare le proprie cose sul nastro della cassa senza aver prima disposto l'apposito divisore. Inglesi e internazionali (appena arrivati o sgarbati) si riconoscono infallibilmente per questo piccolo gesto, oltre che per le reazioni suscitate dalla violazione di questo precetto dell'etichetta locale.

Per strada gli automibilisti reclamano senza sconto alcuno ogni loro diritto, salvo poi inchiodare se un pedone, anche all'ultimo, pensa anche solo lontanamente all'ipotesi di - un giorno, forse - attraversare la strada.

La consuetudine più bella resta la campana suonata alle 23.00 nei pubs che segnala l'ultima possibilità di ordinare da bere. La dimensione del pub mi piace moltissimo: non abbiamo in Italia alcunché di simile, se non solo lontanamente. I pubs qui sono dei locali in cui si trascorre piacevolmente il tempo, quale che sia lo status sociale o economico, l'età o - da qualche decennio - il sesso e...il grado di alchool addiction! La domenica si gioca il big quiz, si leggono i giornali, si possono usare tanti giochi da tavolo.
Spiegavo a Louise, la signora con cui converso una volta alla settimana, che in Italia ci sono locali indirizzati specificamente ad alcune fasce d'età o di reddito, e che chi "si trova fuori posto" viene guardato con un certo sospetto.

Politica

Chiacchierando con i miei amici inglesi, tutti dottorandi e generalmente colti, resto sempre stupito dalla loro ignoranza politica.
In generale, gli Inglesi che non studiano Storia all'Università dimostrano una certa ignoranza rispetto ai corispettivi italiani.
Ma quello che mi lascia molto colpito è il loro disinteresse al dibattito politico. Possono sapere qualcosa sulle politiche finanziarie, ma per il resto brancolano abbastanza nel buio.
Commentando il fatto che in Italia, la mattina al bar o in pausa pranzo, parlo sempre di politica con i miei amici, i colleghi di qui hanno dato la seguente interpretazione: che noi ne parliamo ogni giorno perché ci chiediamo "Oggi chi è al governo?", un po' come fanno loro con il tempo atmosferico qui...

Ultimamente, sull'onda della crisi finanziaria, qui avvertita - qual è di fatto - come devastante, sta però tornando al centro dell'attenzione il tema pro or against UE.
I miei amici inglesi mi dicono che ora loro iniziano a sentirsi favorevoli all'ingresso nell'Unione, ma sono mossi soprattutto da ragionamenti di interesse economico.
E così affiora che il splendido isolamento inglese è davvero parte del loro DNA: Henry, che studia filosofia contemporanea tedesca e francese e ha speso molti mesi in Continente, dice che gli Inglesi si sentono poco europei prima di tutto geograficamente.

Mi fermo qui. Mi sono fatto prendere la mano e ho detto la metà delle cose che avevo pensato di raccontarvi. Sarà per la prossima!

Oggi è anche domenica, giornata di video. Ve ne propongo uno solo, che avrete visto, ma che non posso evitare di riproporvi: qui il link.

Buona settimana amici e a presto,
Gigi

sabato 14 febbraio 2009

Note folkloristiche - parte seconda

Certo che gli inglesi in fin de' conti so' ggente strana, cc'hanno le strade larghe larghe e le chiamano stritt, li torpedoni alti alti e li chiamano bbass, e le femmene le chiamano uommene (Antonio de' Curtis)

Le stranezze dei britannici non si fermano a questa pur geniale istantanea del Principe della risata.
L'altro giorno ho scoperto che qui le scuole private si chiamano 'public schools'...

Un'altra settimana è passata, ricca di incontri piacevoli e interessanti - accademici o meno.
Prima o poi vi racconterò qualche dettaglio della bella rete di conoscenze che si sta formando attorno al sottoscritto in quel di Oxford, dei miei mates di language swap, degli incontri (pseudo-para-) intellettuali, and so on.

Oggi ho deciso di offrirvi ancora un saggio di inglesitudine bizzarra.
Se ne parlava stasera con Simona, una mia coinquilina italiana qui per un master: dopo una prima reazione di stupore di fronte ai comportamenti degli inglesi, si prova presto una sensazione di straniamento che può portare a due esiti. O un atteggiamento decisamente simpatetico, o un risoluto rigetto.
Io mi scopro giorno dopo giorno piuttosto ben disposto e divertito nei confronti della loro forma mentis.

Ecco qualche osservazione puntigliosamente registrata questa settimana.

Ordine pubblico ed educazione

Il filmato di Gioele Dix che ho postato tre domeniche fa - vola il tempo... - fotografava con efficacia la mania inglese di usare in ogni contesto la parola please. Un discorso analogo si può fare a proposito del loro vezzo nel chiedere sorry per qualsiasi cosa, anche quando si è nel giusto.
L'altro giorno un signore è sceso dal bus e ha calpestato maldestramente il piede di un passante. Il primo, colpevolmente, ha rivolto il suo sorry al malcapitato. Quest'ultimo gli ha risposto a tono con un sorry che nel più educato degli italiani sarebbe equivalso a una interiezione decisamente censurabile...

Quello che non smette di stupirmi qui a Oxford è la presenza muscolare delle forze dell'ordine. Non c'è ora del giorno in cui non si senta strillare una sirena della Polizia.
Considerato che la cittadina conta 120.000 abitanti, ma che nella zona da me frequentata non ce ne saranno più di 30.000, non posso che pensare che si tratti di un uso popolare, una tradizione antica e puntuale come il rito del tea...

Sarà per questo forse che a Oxford viene girata una serie poliziesca di successo, Inspector Morse. Ogni volta che vedo i cofanetti dei DVD da Blackwell's non posso che associare il pallido sosia di Barnaby alla signora Jessica Fletcher. Già, in fondo la piccola Cape Coad non sarà tanto più grande del centro di Oxford, sotto le cui guglie l'ispettore Morse si adopera per scovare i colpevoli dei crimini più efferati. Immagino che, come nel caso della Signora in Giallo, gli abitanti di Oxford facciano gli scongiuri ogni volta che si imabttono nel puntuale ispettore... Il tasso di criminalità di Oxford probabilmente supera quello di Cinisi...

La Polizia inglese. Ho già accennato alle pattuglie di poliziotti in bici appostati dietro gli angoli per lanciarsi all'inseguimento di ciclisti irregolari (non forniti, cioè, di luci e altri ammennicoli).

Non posso qui tacere quanto accaduto a due amici polacchi di Simona. I disgraziati, residenti e lavoratori a Oxford, hanno pensato bene di passare un mese di ferie in Tailandia. Al loro ritorno constatano con dolore e sconcerto che la loro auto è sparita. Non ve n'è più traccia alcuna. I poveri giovani lavoratori polacchi si mettono il cuore in pace e iniziano a guardarsi attorno in cerca di una vettura usata da comprare.
Pochi giorni dopo ricevono una lettera dalla Polizia, che li rende al corrente del fatto che la loro auto - passate due settimane dal sequesto con il carroattrezzi, giustificato dalla mancata esposizione di un bollino obbligatorio - era stata distrutta dallo sfasciacarrozze del dipartimento di Polizia.
Ripeto, se non fossi stato chiaro: sono stati via un mese; lasciano l'auto posteggiata davanti a casa; non si sono ricordati di pagare una tasse e esporre il relativo bollino; tornano e non trovano l'auto; scoprono che la Polizia ha sequestrato la stessa ma che, dopo due settimane, l'ha distrutta. Rischiando di essere pedanti, preciso: dopo due settimane, non li hanno avvisati di andare a recuperarla e pagare una salata multa...L'hanno distrutta.

E che dire delle mie esperienze in Posta. Ho dovuto mandare due lettere in Italia. Le Poste inglesi, come le italiane, offrono diversi servizi, anche bancari. Bisogna capire bene allora a quale mandria di persone accodarsi. La mia fila dura almeno una decina di minuti. Davanti a me due ragazzi, e subito oltre un anziano signore, appoggiato a un bastone e dal passo incerto. La fila è rallentata da un signore ancora più anziano che rimbrotta l'impiegato, lamentando qualcosa circa due schedine del Bingo(u). Durante l'estenuante attesa, l'anziano signore appoggiato al bastone scorge qualche prodotto in bella vista su un espositore parallelo alla fila, a un solo passo da lui. Esce dunque dalla fila per dare un'occhiata e risolve per prenderlo. Ritorna sui suoi passi, quand'ecco che un'odiosa impiegata grassoccia gli intima con fermezza che rasenta la violenza di tornare in fondo alla fila perché ne è uscito e ha perso ogni diritto precedentemente acquisito. Personalmente, avrei voluto insorgere e dirne quattro (in italiano; in inglese non so dirne più di due...) alla sgradevole zittellona. Mi sono trattenuto, però, perché la mia missiva era urgente, il mio tempo poco, e non volevo perdere la mia priorità in fila...

I ragazzi polacchi cui ho già fatto cenno - e che non conosco... - ne hanno passata un'altra. Per due sere di fila, la ragazza e una sua amica (rispettivamente 31 e 26 anni) hanno ricevuto la richiesta del barista di un pub di mostrare il documento di identità per appurare il loro diritto a ordinare dell'alcool. Entrambe le volte si sono sentite dire che il documento polacco non è considerabile valido e sono state invitate ad allontanarsi dal locale. La seconda volta, il marito della 31enne - che ancora stava pensando...non tanto all'auto, immagino, quanto ai suoi cd preferiti in essa contenuti - ha deciso di chiamare la Polizia e denunciare l'accaduto. Qui in UK, infatti, il codice prevede il reato di racist discrimination.

Concludo il post con una nota più accademica e polverosa.
Sto seguendo diversi seminari, oltre a perdere diottrie su libri e manoscritti.
La cosa interessante di ogni seminario, quanto al costume locale, è che se ne avverte un carattere, uno stile, uno spirito distintivo.
Il seminario di Storia Medievale si tiene nel bellissimo All Soul's College. Qui ci si riunisce in una elegante sala moderna, la Wharton Hall, con un caminetto dominato dal ritratto del Prof. Wharton, già luminare del college in qualche dimenticata disciplina.
Quello di Inglese Medievale ha luogo in una modernissima e anonima struttura della Facoltà. La stanza è asettica e assai poco confortevole. Ben più simpatico è invece il fatto che, al termine del dibattito (molto breve, invero), la serata termina con wineries copiosamente offerte al piano superiore...
Il top però è il seminario di Teologia e Storia Medievali, ospitato dal mirabilante Merton College (il quarto più antico di Oxford, dove ha studiato filosofia Wyclif). Qui ci si riunisce nella splendida Breakfast Room e all'arrivo si riceve gentilmente dalle mani del docente ospite una tazza - in porcellana blu e bianca - di ottimo earl grey. Ognuno si tiene la propria tazza di fianco al block-notes e sembra di essere al club di Fogg ne "Il giro del mondo in 80 giorni".

Per ora è tutto!
Vi mando un abbraccio da un'Inghilterra finalmente baciata dal sole.
Gigi